domenica 19 agosto 2012

16 Agosto 2012

Anche se l'Oca non corre, quando è Palio è Palio. Così come faccio a non andare in Piazza Indipendenza ad aspettare l'ora della Mossa insieme agli altri ocaioli, tutti amici da una vita e tutti riuniti qui, per l'evento imperdibile, richiamati dall'amore per la nostra grande Contrada? Arrivo facendomi largo a stento tra l'immensa folla che satura letteralmente le strade principali dell'antica città toscana e quando arrivo nella piazza ecco che la trovo letteralmente gremita di ocaioli vecchi e giovani. Tra turisti accaldati che passano con la solita bottiglia d'acqua in una mano, procacissime giovanette discinte che in quest'occasione riescono a suscitare solo  una veloce (ma competente) occhiata di compiacimento, tassisti stremati, contradaioli stranieri fuori zona d'appartenenza e una rappresentanza di quasi tutte le comunità multietniche esistenti al mondo ecco che mi dirigo verso uno dei pochi gruppetti di coetanei che riesco ad adocchiare.
C'è Carmelo, Fabio il Laini, Giuliano e via via si aggiungono per qualche minuto ad ascoltare molti altri. Argomento principe è, ovviamente, il Palio, ma non si trascurano lunghe incursioni in quella malinconica ma piacevolissima disciplina dialettica (che tanto seduce i senesi anziani) detta "Dei bei tempi andati".
Sia chiaro, di questo Palio, vinca chi vuole, non ce ne può fregar di meno... quello che ci affascina è poter far rivivere i ricordi comuni, quelli che solo dal molteplice scambio dialettico di esperienze e sensazioni con i coprotagonisti assumono agli occhi degli estatici ascoltatori che si sono avvicinati a noi, gli eletti, ad ascoltar le meravigliose avventure alle quali loro non hanno assistito, il crisma della verità assoluta, la Cronaca Autentica di una sconosciuta e ormai perduta Età dell'Oro.
Si chiedono notizie degli assenti e per ognuno di loro si rievocano esperienze condivise ormai trasformate, dalle troppe volte in cui sono state raccontate, in divertenti aneddoti, o in detti popolari, o in miti che il tempo, l'abitudine, l'assenza di critiche ed il generale apprezzamento hanno reso inattaccabili.
Certo, a guardar indietro con occhi consapevoli, la differenza rispetto ad adesso è stridente, lacerante, dolorosa.
Ma vi ricordate amici (se ce ne siete di meno giovani a legger queste quattro righe) come era la Contrada allora?
La Contrada era né più né meno che la nostra vita.
Il nostro tempo si divideva tra quello che passavamo in strada e quello in cui, assenti nostro malgrado per impegni familiari o scolastici, attendevamo solo l'ora per rituffarcisi.
La nostra strada (la Contrada è composta da molte strade, ma fra queste solo una era quella in cui ognuno di noi si sentiva "a casa sua") era la nostra casa, la Contrada era la nostra Patria, Siena era la nostra Nazione. Tutto quello che avveniva in una "nostra" famiglia, ad una "nostra" persona, gli accadimenti pubblici e privati che coinvolgevano un contradaiolo, arrivavano subito in strada dove venivano commentati e analizzati con la stessa compartecipazione che si riserva ad un parente, ad un amico del cuore.
Immemori della miseria nera che coinvolgeva e preoccupava la maggior parte delle nostre famiglie, nei pomeriggi estivi le strade della Contrada risuonavano delle grida assordanti dei ragazzi e dei "cittini" che si raggruppavano in base al sesso e all'età per dedicarsi ai giochi che usavano allora. Nelle strade di Fontebranda c'era sempre una trentina fra ragazzi e ragazze che si scalmanavano a giocare. Le bambine giocavano a "anintré, canarin fumé, la mariannanfà..." scagliando la palla contro il muro e cercando di riprenderla al volo dopo varie piroette; quelle più grandicelle si affannavano a saltare da una parte all'altra della strada giocando a "campana" (disegnata col gesso al centro della via); noi, i maschi, a volte divisi per strada di appartenenza (quelli della Galluzza da sé, quelli di Santa Caterina da sé) ci si accaniva in duelli pazzeschi con le cerbottane o le spade (di sambuco), si correva per arrivare al "salvo" a ringuattarello, ci si incaponiva nelle sfide a "tappini" (ogni dieci metri in ogni strada c'era una pista disegnata col gesso o col carbone per permettere di giocarci a "pista") o si giocava a "scaloncino" con le figurine (non c'era gradino di casa che non fosse occupato stabilmente da due ragazzi tutti impegnati e così presi dal gioco che non si sarebbero alzati per tutto l'oro del mondo e bisognava scavalcarli per poter entrare a casa). E non ho parlato dei giochi con la palla (palle autarchiche di ogni tipo e grandezza, la maggior parte delle quali fabbricate in un minuto con due fogli di giornale arrotolati strettamente e tenuti fermi con uno spago)....
Tutti i giochi avvenivano simultaneamente nelle strade che si riunivano all'Incrociata e sia quelli dei maschi che quelli delle femmine avevano l'allegra (per noi) caratteristica che i partecipanti gridavano tutti a voce altissima sì da dar vita, con le strade effervescenti di movimento e di rumore, ad una specie di girone dantesco in miniatura e riservato non tanto ai dannati (che erano semmai quelli che non sopportavano tanta frenesia e ci mandavano continuamente, inascoltati, al diavolo) ma a noi, angeli di contrada, appartenenti ad un tempo che credevamo felicemente immutabile...

Sono quasi le sette. Scendiamo per via Santa Caterina verso la Trieste dove seguiremo l'inutile corsa (giacché noi non si corre) in TV. Giro attorno uno sguardo smarrito e preoccupato, simile a quelli che gli sfollati di un terremoto danno alle loro case quando viene dato loro il permesso di tornarvi e le ritrovano danneggiate o distrutte.
Nessuno nelle strade. Qualche motorino lasciato qua e là. Da una finestra esce il suono di una musica interrotto da pazze risate sconsiderate. Su uno scalino una bottiglietta di birra abbandonata. E la gente? E i ragazzi? Dove sono tutti? 
Alla Trieste, davanti allo schermo televisivo le immagini della corsa cancellano per un pò le tristi considerazioni di prima; il Palio è sempre il Palio, entusiasmante, coinvolgente, ammaliante... ma non è "lo stesso" Palio di allora, su questo non c'è alcun dubbio. 
E Siena non è la stessa città di allora (penso) e nemmeno la mia contrada è più quella di allora... ma questo pensiero, che tutti noi della mia età condividiamo, lasciamolo restare dove sta.. nel profondo dei nostri cuori e delle nostri menti. Non evochiamolo, non diamogli voce. Il tempo passa noi malgrado e tutte le cose, anche le più belle, passano irrimediabilmente. Ringraziamo piuttosto Dio per averci concesso di vivere una stagione irripetibile della nostra vita.

mercoledì 14 marzo 2012

La mano della morta

Fu un caso. Dagli e ridàgli un tiro maldestro invece che in porta aveva mandato il pallone al di là del muro che congiungeva la parete della chiesa con quella della rampa di scale che sale a San Domenico lasciandoci a metà partita, allibiti, sudati e con un palmo di naso. Quasi ogni pomeriggio ci si trovava lì, nel cortile sottostante il pozzo del Santuario di Santa Caterina, con un pallone raccogliticcio e tanta voglia di giocare. Erano gli anni Cinquanta, Fontebranda era piena di ragazzi che cercavano di ingegnarsi in qualunque modo per dar libero sfogo alle energie giovanili e quell'idea di andare a tirar quattro calci a una palla in quel luogo tranquillo (santo, direi), lontano dalle case, dove non passavano auto e nascosto fra quattro mura, era stata salutata con entusiasmo da tutti noi. C'è da dire che i frati Olivetani (i custodi del Santuario) non erano rimasti particolarmente entusiasti dall'idea e che le suore cateriniane, insofferenti del baccano che inevitabilmente saliva fin dentro la chiesa disturbando il raccoglimento loro e dei fedeli, avevano protestato parecchio contro questa nostra iniziativa che, invece a noi, piaceva al punto da considerarla irrinunciabile; la consideravamo insomma un appuntamento fisso al quale non volevamo in nessun modo mancare. Si era arrivati così ad una specie di tacito compromesso: quando si sentivano le campane della funzione serale suonare per la seconda volta, noi, seppur a malavoglia, raccattavamo il pallone e le nostre giacche e ci trasferivamo a far cagnara da un'altra parte.
Quella sera invece la partita rischiava di abortire prematuramente; la palla era sparita al di là del muro e, oltre i soliti accidenti a chi ce l'aveva buttata, non sapevamo come fare per andare a riprendercela.
Beh, il bisogno aguzza l'ingegno. Dopo essermi proposto per andare a cercar di recuperare la palla ecco che con l'aiuto di due o tre volenterosi che mi spinsero dal basso mi trovai in breve a cavalcioni della sommità del muro, a tre metri da terra.
Scendendo dall'altra parte (era facile: c'erano più appigli) mi trovai in una specie di corridoio artificiale; le due pareti vicinissime della chiesa e della scalinata formavano infatti una specie di vicolo buio (lì non ci batteva mai il sole) e strettissimo, largo poco più di un metro, umido e scivoloso per il muschio che copriva il pavimento in mattoni; il passaggio arrivava fino in fondo, poi, all'altezza dell'alta parete di tufo, voltava repentinamente a sinistra. Nonostante la voglia di prendere la palla (era proprio lì, ai miei piedi) e tornarmene a giocare con i miei amici volli andare a vedere cosa c'era al di là dell'angolo (sono sempre stato curioso come un gatto). Beh, il passaggio proseguiva per pochi metri costeggiando la parte opposta della chiesa e poi si arrestava davanti ad un grosso cancello di ferro. Ma...
Beh, era strano. Sulla destra, scavata nel tufo, si apriva l'imbocco di quella che sembrava essere una caverna, o una grotta. L'apertura di quella che mi si rivelò essere una galleria era alta poco più di 80 centimetri; proseguiva per due o tre metri in avanti, poi, voltando ancora a sinistra, si addentrava nel tufo perdendosi nel buio. Ero sbalordito, eccitato, con la mente in subbuglio, in preda a mille domande. Cos'era quel tunnel misterioso? Dove portava? A cosa serviva? Una volta recuperata la palla ed esser tornato dai miei amici, non potei fare a meno di raccontare la mia scoperta e per quella sera, dopo aver terminato la nostra partita, non si parlò d'altro.
La notte non ci dormii. Un passaggio segreto! Dove conduceva, perché era stato costruito... mille domande, mille congetture fantasiose mi affollavano la mente. Ero deciso: dovevo essere il primo a esplorarlo.
Il giorno successivo, munito di candela e di scatola di fiammiferi (presi da casa all'insaputa della mamma) trovato Giuseppino (in quegli anni eravamo pressoché inseparabili) gli raccontai cosa mi proponevo di fare e lui accettò subito di seguirmi in quell'impresa. Attenti a che nessuno ci seguisse e facendo di tutto per non dare nell'occhio, scendemmo nel cortile deserto, poi, aiutandoci a vicenda, fu facile scavalcare il muro.
Scesi dall'altra parte e arrivati in un lampo all'imboccatura, io davanti e lui dietro, cominciammo ad addentrarci nello stretto tunnel. Era tutto buio e non sapevamo nemmeno se sarebbe sbucato da qualche parte o se sarebbe terminato improvvisamente. Avanzavo cautamente, al buio, piegato in avanti per non sbattere la testa nell'invisibile soffitto, posando lentamente un piede davanti all'altro; tenevo la mano destra tesa davanti al viso per evitare di sbattere il naso in qualche ostacolo improvviso mentre la sinistra la allungavo di lato a sfiorare la sconosciuta parete di quel misterioso budello che si addentrava nelle viscere della terra. Che emozione! Cha scariche di adrenalina! Avevo deciso di non usare la candela preferendo avere le mani libere, e così procedevo alzando i piedi senza sapere dove ero né verso dove andavo; Giuseppe mi seguiva a brevissima distanza senza dir niente: l'emozione era così forte che non potevamo nemmeno parlare. Ragazzi, a ripensarci ora, e s'era incoscienti forte! Dopo qualche metro sentii che la galleria si faceva meno bassa permettendomi di avanzare a schiena dritta. Ancora qualche metro e poi sentii che c'era una salita. Tendendo le mani ora a sinistra ora a destra per evitare di perdere contatto con le pareti mi resi conto che la strada ora andava in salita. "Robe, torniamo indietro!" mi fece Giuseppe. Il buio ora era totale; avevamo percorso più di trenta metri senza sapere dove eravamo e dove andavamo, ma la voglia di proseguire era ormai irrefrenabile. Giunto su quella che giudicai essere la sommità della breve salita mi accorsi che ora il tunnel ora scendeva. Ancora pochi passi fatti con estrema cautela e vidi un chiarore davanti a me. Non ci credevo. "Ci siamo!" dissi al mio amico. Ancora qualche metro e sbucammo all'aperto. Ci trovammo in un ambiente strettissimo, sbarrato, davanti a noi da una parete in muratura chiusa da una porticina di legno. Sulla destra, in alto, una grata da dietro la quale si sentiva parlottare. Senza quasi respirare per paura di essere scoperto, mi issai fino alla grata. Detti uno sguardo al di là dove vidi due o tre monache che parlavano tra di loro. Erano i loro appartamenti; avevamo fatto il giro della chiesa. Provai ad aprire la porticina di legno ma era irrimediabilmente chiusa. Tornammo indietro fieri ed eccitati per quella avventura. Ero contento per aver dimostrato a me stesso di aver avuto tutto quel coraggio e nello stesso tempo ero deluso per non aver saputo dove portava la porticina.
Il giorno dopo non mi feci scappare l'occasione di raccontare a tutti i miei amici la mia avventura, arricchita di tutti i particolari (a dire il vero anche più di tutti; molti di più). 
"La mano della morta" al cinema
Bisogna considerare che quello era il tempo in cui andavano di moda certi filmoni gotici, pieni di inquietanti atmosfere e di suspense dove giovani donne sfortunate incappavano in mariti avidi o psicopatici che si ingegnavano per somministrare alle sventurate le più orrende sevizie; penso a titoli come "La casa sulla scogliera", "Rebecca", "Dietro la porta chiusa" e altri dello stesso genere; per quanto riguarda la letteratura (a quei tempi leggevano tutti, mica come oggi) spopolavano i serial di Eugène Sue e i romanzi di Hugo e Dumas pieni di misteri e di orribili delitti e tutti conoscevano poi certi classici nazionalpopolari come "La cieca di Sorrento", "La muta di Portici", "Le due orfanelle", "La sepolta viva" o "La mano della morta".
Proprio quest'ultimo titolo mi ispirò. Cominciai a fare congetture sullo scopo del misterioso tunnel e a poco a poco le mie fantasticherie fecero presa sulle menti dei miei amici.
Un tunnel nascosto... un passaggio segreto... nei pressi di una chiesa... vicino ad un convento... Ero certo, dissi, che qui ci trovavamo di fronte ad un mistero. Probabilmente anticamente il passaggio era servito alle monache di clausura per poter uscire senza esser notate, forse qualcuna di esse era rimasta vittima di un amore sacrilego e profano: nessun dubbio che in questo caso, la sventurata, come coloro che incappavano nello stesso genere di misfatto, sarebbe stata atrocemente punita, probabilmente murata viva proprio nelle pareti di quella caverna.
D'accordo, logica ce n'era poca (e fantasia tanta) in questi discorsi, ma ci piaceva immaginare, lasciar volare la mente; volevamo sognare una realtà avventurosa che trascendesse le piccole miserie che, a quei tempi, tutti dovevamo in qualche misura sopportare.
Morale della favola: il giorno dopo io e una decina di ragazzi eravamo pronti ad una esplorazione approfondita del cunicolo sotterraneo.
Questa volta ognuno di noi aveva una torcia e qualcuno si era munito anche di qualche robusto paletto di legno caso mai ci si fosse imbattuti in qualche arrabbiatissimo spirito di morto. Saltiamo al di là del muro, percorriamo lo stretto passaggio fino all'imbocco del tunnel, e poi, in fila indiana, cominciamo la nostra spedizione. Questa volta andavo più speditamente agevolato dalla fioca luce della torcia che avevo con me e dal fatto di essere ormai un veterano di quel luogo; dietro a me seguiva Fabio il Laini e via via tutti gli altri. Oddìo, di suspense ce n'era pochina; man mano che procedevamo quel tunnel si svelava per quello che realmente era: un passaggio stretto, basso, ma tutto sommato abbastanza agevole, creato con tutta probabilità per facilitare i lavori, di costruzione prima e di manutenzione poi, della chiesa. Urgeva qualche idea per non buttare al vento quella che da avventura da ricordare rischiava di trasformarsi in una passeggiata collettiva abbastanza insensata... l'occasione si presentò quando, poco prima della piccola salita che si trovava circa a metà della caverna, Fabio intravide qualcosa di strano nella parete di mattoni, sulla sinistra. Alla fioca luce della torcia risultò che c'era una apertura nel muro; sembrava fonda e larga poco più di un pugno. "Fammi vedere cose c'è, là dentro" dissi, cercando di far penetrare la luce della torcia più a fondo che potevo. Niente; il buco era fondo una trentina di centimetri ed era vuoto. "Ma che c'è laggiù in fondo?" chiese Fabio che aveva visto qualcosa di indefinito che appariva scura e tentacolare. La luce non illuminava sufficientemente così gli chiesi di allungare la mano per cercar di capire di cosa si trattasse ma proprio in quello stesso istante un'idea geniale mi si affacciò alla mente. Spinsi con forza dentro quel pertugio il braccio di Fabio fino a fargli toccare il fondo e contemporaneamente mi misi ad urlare a gran voce "E' una mano! La mano della morta!". Urla disperate, torce che si spengono, Fabio che schizza indietro, poi  scappa urlando, tutti che tornano sui loro passi e fuggono più presto che possono nel buio più pesto sbattendo teste, braccia e gambe nelle pareti sempre più strette.
In un attimo siamo tutti fuori dal cunicolo, in due secondi si fa a ritroso la stradina, si scavalca il muro gettandosi quasi di sotto, poi si corre via a perdifiato e ci si ritrova finalmente all'Incrociata, ammaccati, polverosi, ansimanti. Che avventura, ragazzi! Avevamo avuto la nostra grande giornata! La mano della morta non ci aveva presi! Finalmente anche noi avevamo qualcosa da raccontare!
E quello che era accaduto doveva proprio averci colpito perché ci se ne ricorda (e si racconta) anche oggi.

lunedì 9 gennaio 2012

Lessico fontebrandino: Troiaio

Troiaio: parola usatissima dal popolo fontebrandino che la usa in moltissime occasioni pubbliche e private. Innanzitutto c'è da dire che "troiaio" è sia un sostantivo che un aggettivo qualificativo anche se, prima di spiegarne (avvalendosi di opportuni esempi) la differenza, sarà bene dare subito la definizione della parola che ci interessa.
"Troiàio" (sost. maschile*, singolare). Plur.: "troiai".
dimin.: "troiaìno" = piccolo troiaio.
Etimologìa: da "troia", femmina del maiale, nota, insieme al maschio, per razzolare, contenta, tra le cose più sporche, ributtanti e sgradevoli. 
Pronuncia: scandire bene le sillabe (attenzione all'accento tonico sulla "a") accompagnando la pronuncia con arricciamento schifato delle labbra e scuotimento del capo ad indicare profondo disprezzo per la cosa in sé e delusione per chi l'ha prodotta, o acquistata, o regalata o che comunque ce l'ha presentata).
Prima definizione: Cosa fatta male, o schifosa, o repellente, o di poco conto o comunque di qualità, aspetto, forma o composizione mediocre, abborracciata o incompleta che la rendono inadatta allo scopo per la quale era stata fatta o acquistata.
Esempi: 
(dal grande al bambino incaricato di preparare le ghirlande per la festa della Madonna): "T'avevo detto di preparà un pò di colla con l'acqua e la farina e guarda un pò che razza di troiaio hai fatto!";
(il marito alla moglie, sedendosi a tavola davanti ad un piatto poco appetitoso): "O Cesira, t'avevo chiesto di prepararmi la pansanella come piace a me e te mi presenti 'sto popò di troiaio!";
(la maestra all'alunno che le presenta il quaderno dei còmpiti tutto pieno di scarabocchi e macchie d'unto): "Pierino, questo non è un quaderno: è un troiaio!";
(uno che non se ne intende ad un altro che non se ne intende, uscendo dalla Mostra di Pittura del Museo d'Arte Contemporanea di Via di Città, commentando i quadri che hanno visto): "Boh; sarà anche Arte come dicono ma a me mi sembrano dei bei troiai";
(uno che la mattina, uscendo per andare al lavoro - o dal vinaio - trova il sacchetto della spazzatura rotto e la soglia del portone di casa sua invasa da bucce di popone, lische di pesce, ossa di pollo semispolpate e arance strizzate): "Io gli spaccherei il capo a chi ha combinato questo popò di troiaio!".
Seconda definizione: 
1- Essere vivente (uomo o animale) sgraziato, deforme o goffo al limite dell'impresentabilità; 
2- donna assai racchia.
Esempi: 
(a proposito della nuova fidanzata che l'amico ci ha appena presentato): "Che non fosse tanto bella me l'avevano detto, ma un troiaio come quella bisogna impegnassi ammodo per trovarla"; *dove si vede che troiaio va anche al femminile
(dando un potente calcione al cane che, cercando di non farsi notare, si sta pericolosamente avvicinando ai nostri piedi): "Và a piscià da un'altra parte, troiaio!" (aggiungendo, se del caso): "Te e quell'altro troiaio della tù padrona!".
Il lèmma, sia pure quando usato come aggettivo, non ha superlativo, limitandosi il suo rafforzativo al sempre valido "popò" ("Accidenti che popò di troiaio!"; "L'ha voluta preparà lui la minestra: ha fatto un popò di troiaio che 'un la vòle nemmeno il gatto") mentre il diminuitivo "troiaino" spesso, lungi dall'attenuare la portata critica della parola, viene a voler aggiungere alla stessa un senso ironicamente mortificante per il soggetto al quale l'appellativo è destinato:
(la ragazza, aprendo con delicatezza ed eccessiva aspettativa il pacchettino con l'anello che il fidanzato le aveva preannunciato da giorni): "Fa vedé, fa vedé: toh! O che è 'sto troiaìno?".
In casi estremi però la parola, usata come sostantivo, può assumere addirittura un significato dinamicamente positivo, assumendo la funzione giocosa di sollecitare qualcuno all'azione:
(i giovani, passando davanti al tavolino dove l'amico, solo, sta seduto da mezz'ora a leggere il giornale e a guardar passare la gente): "Si và a giocà a pallone al Campino! Gnamo, troiaio, muoviti da costì!".
La parola con il tempo, benché desueta, non ha perduto però la sua carica sovversiva fortemente critica nei confronti di chi si impegna a fare qualcosa e poi disattende le promesse ed anche oggi si sente sempre più spesso usata a proposito dell'ingresso del nostro amato Belpaese nella tanto decantata Europa Unita.
"Lo sai che è quest'euro che ci hanno rifilato? Un bel troiaio!" diranno al vedere aumentare in continuazione tasse, benzina e disoccupazione i fontebrandini preoccupati di come si stanno mettendo le cose.
"Un bel troiaio davvero!" risponderanno all'unisono gli altri italiani che, anche se ignari del significato della parola fontebrandina, avvertono purtuttavia come si attagli a meraviglia alla loro situazione.





mercoledì 26 ottobre 2011

Lèssico fontebrandino - Offese-

Nonostante a Siena ci si vanti (e a ragione) di esser nella città dove si parla il miglior italiano d'Italia (Siena è, si dice, "la madre lingua italiana") c'è da dire che ai miei tempi nei dintorni dell'Incrociata (oggi non so, dato l'imbarbarimento lessicale dovuto all'orrendo impatto globalizzante multimediatico e multietnico che imperversa fagocitando ogni diversità), anche se l'italiano fontebrandino colà esercitato era di universale ed immediata comprensione, esistevano però alcuni modi di dire, alcune parole autoctone e certe scorciatoie dialettiche che difficilmente sarebbero state comprese dai "forestieri" che, attirati dai pittoreschi scorci o da una visita al Santuario di Santa Caterina, si fossero avventurati tra quelle viuzze e quei vicoli ocaioli che costituivano il nostro regno indiscusso, un regno dove si faceva a "modo nostro" in tutto, anche nel parlare, e se ne andava fieri.
Prendiamo le offese. Noi non si diceva quasi mai "scemo" e, meno che mai, "grullo" (ridicolo e criticatissimo termine fiorentinese). Tolleravamo l'italianissimo e perentorio "imbecille" che andava bene per certi motivi in cui l'offesa doveva essere particolarmente "forte" ed incisiva, mentre "cretino" e "stupido", benché non disdegnati (specialmente nelle poche famiglie benestanti), erano considerati, e a ragione, portatori di un'offensività moscia, poco incisiva, da usarsi, scuotendo il capo, per certe mancanze veniali, sciocchezze o poco più.
Le vere offese fontebrandine erano altre, tante, belle e varie e venivano usate in ogni occasione di lite o disaccordo a dimostrare la nostra disapprovazione per un fatto, una azione, una frase o un comportamento che ritenevamo degno di censura e riprovazione pubblica (le nostre offese erano sempre rivolte al destinatario davanti a tutti e gridando, per di più).
Si partiva dal blando "strullo", una specie di incompleto sinonimo dell'altro usatissimo (ma non autoctono) "bischero", che veniva utile per definire colui che aveva compiuto un'azione ridicola o ingenua o sbagliata platealmente e comunque fallimentare. Devo dire che "strullo" più che rimarcare l'azione, qualificava la persona. Dopo due o tre volte che uno aveva fatto qualche strullata ecco che diventava lui, personalmente e indelebilmente, uno "strullo" o anche, benevolmente, uno "strullone".
"Ma che gli vòi dì a quello. O un lo sai che è strullo?" si diceva di uno dedito alle "strullate", e si evitava di dargli qualche incarico importante da portare a termine come, ad esempio, fare una commissione o avvisare qualcuno di presentarsi ad un certo appuntamento, pena, se quello ne combinava una delle sue, di sentirsi dire: "Ma che sei matto a dare l'incarico a quello lì. Lo sanno tutti che è strullo!".
Per altre mancanze un pò più gravi (ma sempre in riferimento a mancanza di prontezza o a lentezza di riflessi) si poteva usare, a scelta, "rimbambito" o "rincoglionito". Mentre il primo termine si attagliava a perfezione a colui che si dimostrasse particolarmente duro di comprendonio o restasse in immobilità estatica laddove ci sarebbe stato invece bisogno di decisione e di spirito di iniziativa, il più severo "rincoglionito" era usato più che altro in ambito familiare attagliandosi a perfezione al nonno che a tavola aveva fatto cadere per la terza volta in un minuto il tovagliolo o, detto dalla moglie, al marito reo di tornare a casa senza essersi ricordato di prendere le "paste" il giorno in cui a pranzo c'erano i parenti (di lei). Devo anche notare che "rincoglionito" era per lo più pronunciato con un tono severo ed una espressione di profondo disgusto nello sguardo come a suscitare, nel destinatario, un senso di estrema e irrimediabile vergogna come ad esempio nel caso in cui, di fronte ad una dimenticanza del marito, la moglie lo apostrofasse così: "Oh! Io 'un lo sò più che devo fà. E' un pò di tempo che sei proprio rincoglionito". Di fronte a tale offesa al poveretto non restava da far altro che evitare di rispondere ed uscire velocemente di casa per andare a cercar conforto dal vinaio.
Ma l'epiteto offensivo più originale che risuonasse tra le piagge ed i vicoli di Fontebranda, quello più usato da grandi e piccini, maschi e femmine, giovani e vecchi, era senza alcun dubbio il bellissimo "sciabordìto" (a mio avviso la più creativa fra le offese non solo di Fontebranda, ma di Siena tutta). 
Sciabordìto era colui che faceva uno scherzo stupido o pericoloso; colui che non sapeva controllarsi ed esponeva al ridicolo un amico; colui che, cercando di far lo spiritoso, allungava le mani a sproposito su una ragazza; colui che compiva un atto illogicamente volgare e che, per sembrare spiritoso, risultava poi offensivo. Sembra che il termine derivi dal verbo "sciabordare" a voler indicare una testa troppo ampia per il cervello che contiene, al punto che questo ci sta troppo largo ovvero "ci sciabòrda".
Naturalmente, come per tutte le altre, anche questa offesa richiedeva il suo modo particolare per esser proferita all'indirizzo del destinatario. Si poteva semplicemente dire a voce alta: "O sciabordìto!!" (indirizzando lo sguardo al destinatario), oppure: "Che popò di sciabordìto!" (guardando i presenti a sollecitarne appoggio e solidarietà). In casi più gravi si poteva usare, scuotendo lentamente il capo, con le labbra strette e a voce bassa come a dimostrare l'inutilità di una qualsiasi forma di correzione o di perdono e indirizzandosi al destinatario, un: "Che vòi che ti dica: sei proprio uno sciabordìto".
Insomma si può dire che a quei tempi (tempi difficili) se c'era una cosa che non ci mancava, in Fontebranda, era la varietà di offese che avevamo a disposizione. E noi se ne approfittava.

giovedì 6 ottobre 2011

GIOCHI DA STRADA - I tappini

Divisi tra la cronica mancanza di soldi disponibili (ce n'erano pochi per tirare avanti in famiglia, figuriamoci per darli a noi!) e la necessità (ché tale è per gli adolescenti) di trovare un modo divertente per poter giocare in compagnia, ecco che dalle parti dell'Incrociata la creatività dei giovani fontebrandini non cessava di sperimentare sempre nuovi giochi la maggior parte dei quali, rivelandosi un flop nel gradimento della benedetta masnada stradaiola, veniva abbandonato dopo pochi giorni di insoddisfacenti sperimentazioni.
Il fatto è che il gioco che volevamo (anche senza saperlo esprimere) era un tipo di gioco tutto particolare: era insomma un gioco che doveva avere alcune caratteristiche.
1: non doveva (ovviamente) costare niente;
2: doveva coinvolgere il maggior numero di ragazzi possibile (nell'Oca ci piace socializzare);
3: doveva svolgersi all'aperto, possibilmente in un ambiente facilmente controllabile dalle mamme, sempre preoccupate di sapere dove ci trovavamo;
5: doveva essere un gioco agonistico senza essere pericoloso, uno in cui si poteva vincere o perdere e ci si poteva confrontare con gli altri.
Passata l'epoca dei giochi guerreschi (pistole, spade, archibugi e cerbottane) dove, tutto sommato, la strategia di base era semplice e ripetitiva, e prima che le nostre esistenze fossero prese dalla passione per il pallone, un eterno ringraziamento ed una menzione d'onore va senza dubbio a colui che per primo introdusse presso i ragazzi di Siena in generale, e di Fontebranda in particolare, la nobile arte dei tappini.
Tappini
Il tappino (in italiano: tappo a corona) è quella specie di coroncina metallica, larga su per giù come una moneta da 2 euro (26 mm. ad esser precisi) e alta poco meno di mezzo centimetro che serve a chiudere ermeticamente le bottiglie delle bibite. All'epoca (si parla della fine degli anni Quaranta) cominciava ad esser di moda a Siena, specie la domenica pomeriggio, arrivare con la famiglia fino alla Lizza e poi sedersi ad uno dei tavolini del "Leccio" per sorseggiare una bibita. La più richiesta era l'aranciata, ma c'era anche la classica gazzosa, il chinotto e  la birra anche se quest'ultima stentava ad affermarsi in una città dove il predominio etilico tra i ceti popolari e contradaioli appartiene da sempre, di diritto, al "gotto di rosso" ed al bruschello. La scena era sempre la stessa. Uno si sedeva al tavolino, faceva la propria ordinazione e se aveva chiesto, mettiamo, un'aranciata, ecco che dopo poco arrivava il cameriere con un vassoio dove c'era il conto, la bottiglietta ed un bicchiere. Un gesto rapido, da esperto; la bottiglietta veniva stappata (clok!), l'aranciata scendeva schiumando nel bicchiere ed il cameriere, ringraziato, si allontanava. 
Il tappino cadeva a terra.
Di tutta l'operazione questa era quella che più mi interessava: il tappino era lì, ai miei piedi! Bastava chinarsi, raccoglierlo e metterselo in tasca. Naturalmente una escursione al "Leccio" non poteva esaurirsi con la cattura di "un" tappino (e oltretutto di mia proprietà data la sua appartenenza alla "mia" aranciata) pertanto, dopo la consumazione restavo nei paraggi a raccattare tutti i tappini che trovavo tra i tavolini fino a che, con le tasche piene zeppe, potevo tornarmene a casa.
Con i tappini si potevano fare due diversi tipi di gioco: a "pista" o "a bollassi", ma in ogni caso essi dovevano essere preparati adeguatamente. Ebbene, proprio l'arte della preparazione dei tappini divenne una delle mie specializzazioni più apprezzate. Dopotutto non era difficile; innanzitutto (ecco la parte più delicata) si dovevano togliere al tappino le ammaccature e le piegature  subite durante la stappatura. Per questo bastava posizionarlo con la parte interna verso l'alto, appoggiarlo su una superficie dura e piana, inserirvi una moneta da 10 lire o un "diecione" (una vecchia moneta fuori corso) e dargli alcune piccole martellate in modo che la pressione a poco a poco raddrizzasse la superficie sottostante. Una volta che questa era diventata sufficientemente piatta il tappino veniva bagnato e sfregato più e più volte sulla pietra serena della strada fino a che raggiungeva la desiderata scorrevolezza.
Tappino: a destra la parte interna da personalizzare con i colori delle squadre di cislismo.
  
Primo gioco con i tappini: Pista.
Per giocare a pista ci volevano due o più giocatori, ognuno dei quali munito di tappino, un pezzetto di gesso (o di carbone, solo per ripiego) e un posto abbastanza largo e tranquillo dove giocare: la strada. In quegli anni per le strade dell'Incrociata (la Galluzza e Via Santa Caterina) non passavano né auto né motori, pressoché inesistenti, e i passanti (tutte persone della Contrada) non trovavano niente da ridire se disegnavamo la nostra pista (che rappresentava né più né meno il Giro d'Italia) proprio nel bel mezzo della strada. La pista (un anello oblungo, irregolare), tracciata con il gesso o, in mancanza di questo, col carbone che allora non mancava, doveva avere alcuni requisiti per piacerci ancora di più. Innanzitutto doveva essere piena di curve e poi la sua larghezza doveva andare dai 20 ai 30 centimetri anche se ogni tanto era bene restringerla fino a non più di 10 per renderla più difficoltosa; una linea che la tagliava a metà costituiva la Partenza e il Traguardo. Il gioco consisteva nello spingere avanti a turno il proprio tappino  con un colpo sferrato con un dito (un "biscotto") senza uscire dai bordi tracciati col gesso che delimitavano la pista. Chi usciva, doveva riportare il proprio tappino da dove l'aveva spinto (perdendo così un turno); chi "tagliava" (caso che si verificava se il tappino usciva dai bordi ma poi vi rientrava  fermandosi dentro la pista) doveva ripetere il tiro: queste erano le regole principali. C'era anche la possibilità di "raddrizzare" le curve che consisteva nello spostare il proprio tappino, prima di effettuare il tiro, lungo l'asse longitudinale ai bordi della pista. Chi per primo completava il giro della pista aveva vinto "la tappa" (ogni giro di pista rappresentava una tappa del Giro d'Italia; il ciclismo era senza alcun dubbio lo sport più seguito in quegli anni) e tenevamo una classifica per determinare chi, dopo alcune tappe avrebbe potuto esser dichiarato vincitore del nostro personale Giro d'Italia. Il gioco fu ancor più perfezionato con la personalizzazione dei tappini. La Gazzetta dello Sport, il giorno precedente alla partenza del Giro stampava in una pagina i nomi di tutti i partecipanti suddivisi in squadre, squadre delle quali erano riportati i colori sociali. Ebbene io passavo giornate intere a disegnare su un cartoncino dei cerchi delle dimensioni di un tappino che poi completavo con i colori della squadra e il nome del corridore. Poi ritagliavo i cerchi di cartoncino così preparati e li inserivo nell'interno dei tappini (ne avevo più di cento). Mi ricordo che un anno avevo tanti tappini quanti erano i corridori che partecipavano al "vero" Giro d'Italia, e tutti con i nomi e i colori giusti delle loro maglie.
Prima di cominciare il Giro d'Italia ognuno sceglieva di "essere" un certo corridore ed io gli fornivo il tappino personalizzato.
Il gioco della pista fatto con i tappini fu per almeno un anno la vera passione di tutti i ragazzi dell'Incrociata. In certi pomeriggi fra Via della Galluzza, Via Santa Caterina e vicoli adiacenti c'erano quattro piste con almeno venti ragazzi accovacciati accanto al proprio tappino in attesa di potergli dare il biscotto vincente. Naturalmente ci si conciava come bastoni da pollaio (sempre con i ginocchi in terra, sempre a sdrusciarci sulla pietra serena...) e le mamme non gradivano.. poi c'era il baccano infernale (anche se a noi non faceva nessun effetto) che saliva dalle strade dove ci si accalcava intorno alle piste ma tutto sommato si trattava di inconvenienti saltuari. Vuoi mettere la soddisfazione di vincere una tappa? E quella di poter trionfare al Giro d'Italia con il proprio tappino col nome del campione preferito? Impagabile.
Poi, (come tutte le cose) passò. Prese campo il secondo gioco con i tappini; un gioco questo che si basava non solo sulla abilità tecnica, ma anche e soprattutto sulla tattica e la strategia: a "bollassi".


Secondo gioco con i tappini: a "bollassi".
Per giocare a "bollassi" (o meglio: a bollarsi che sarebbe a dire a scontrarsi, a incocciarsi, a colpirsi) non ci vuole nemmeno la pista; bastano due giocatori (ognuno con il proprio tappino) e uno spazio sufficientemente largo per effettuare i tiri. Il primo giocatore piazza il proprio tappino a terra, in un punto a sua scelta; l'altro giocatore fa altrettanto.
In questo gioco anche la tecnica è importante; ad esempio nel modo in cui si sferra il "biscotto". Mentre a "pista" si spingevano i tappini con dei biscottini calibrati, precisi, mirati, tirati prevalentemente con l'indice che faceva leva col pollice, per giocare a bollassi era indispensabile saper tirare "biscotti" diversi a seconda delle situazioni. Per effettuare un tiro potente, da lontano, era meglio affidarsi ad un potente biscotto sferrato con il medio che faceva leva sul pollice, mentre per certi piccolissimi spostamenti o per far uscire il proprio tappino da una posizione precaria (vicino ad un muro, dentro una buca..) era meglio tentare con un biscottino tirato con il pollice  a contrasto con l'indice. (A forza di tirar biscotti quasi tutti noi ragazzi avevamo un callo alla base dell'unghia del dito indice o del medio; per quanto mi riguarda ricordo che ero riuscito a sviluppare un tipo di biscotto così potente che con un tiro riuscivo a far percorrere al tappino tutta la lunghezza della Piazzetta del Portico dei Comuni!)
Ora il gioco vero e proprio (che consiste nel colpire col proprio tappino, o "bollare", quello dell'altro) può cominciare e ogni giocatore, a turno, dà un biscotto al proprio tappino spostandolo da dove si trova. Se il tappino dell'avversario "si vede" (non ci sono cioè ostacoli che impediscano un tiro diretto) si può, calcolando la distanza, tirare direttamente per colpirlo (ed in tal caso risuonava il grido del vincitore: "Bollato!") ma calibrando la velocità in modo che, in caso di bersaglio mancato, il nostro tappino non resti in una posizione troppo favorevole al successivo tiro dell'avversario. Se invece non è possibile tirare per colpirlo (perché è nascosto dietro ad un ostacolo o perché è troppo lontano) allora si effettuano tiri di aggiustamento, o di avvicinamento o di copertura.... insomma quando parlo di strategia c'è una ragione. A "bollassi" era un giochino niente affatto banale; il primo gioco "adulto", un misto tra il biliardo e uno di quei giochi moderni che si chiamano "di ruolo".
Essendo un pò più grandi di quando giocavamo a pista, non ci accontentavamo più della gloria: in caso di vittoria il perdente era tenuto a dare qualcosa al vincitore. Ricordo che noi giocavamo di "giornalini" (i giornali a fumetti erano la più grande fonte di letteratura estrascolastica per i ragazzi di quei tempi e non c'era ragazzo che non avesse in casa pile di "Pecos Bill", "Topolino", "Tiramolla", "Il vittorioso" e dell'Intrepido, per dire dei più diffusi); personalmente ero diventato talmente bravo a "bollassi" che in breve tempo riuscii a vincere tanti di quei giornalini (la maggior parte dei quali al Bozzi, tanto per non far nomi) che non sapevo più dove metterli.
A "bollassi" era e rimane (anche se nessuno ormai lo gioca più) uno dei giochi più belli e appassionanti che esistano.
E oggi i ragazzi dicono che non sanno come fare a passare il tempo!
Un tappino di Aranciata ROVETA








martedì 6 settembre 2011

Sulle scale

Io, Mario e Luciano
Caldo, doveva far caldo, a giudicare dalle maniche corte. E poi, si vede che non ci s'aveva niente da fare, così in quell'estate degli anni Cinquanta (a occhio il 1954 o il 1955), eccoci in posa tutti e tre (io, Mario Parmigiani e Luciano Collini) sulle scalette accanto al pozzo del Santuario di Santa Caterina. 


La foto è
sintomatica di un'epoca che mi appare remota. Ma te l'immagini oggi tre ragazzi di 14-15 anni vestiti in questo modo? (scarpe "normali" con calzini, maglietta e pantaloni stirati..) Te li immagini in una posa come questa? (seduti, calmi, composti, sguardi sull'obiettivo..). Nessuno che indossi le infradito, i bermuda a fiori o la t-shirt con il logo e la scritta cubitale sul petto; e nessuno che faccia gesti strani, tiri fuori la lingua o mimi un accenno di rissa, così, per ridere..
Ne è passata di acqua sotto i ponti e non si sa più se si stava meglio quando si stava peggio...

lunedì 5 settembre 2011

LESSICO FONTEBRANDINO - Gazzillori

Il gazzillòro(così si chiamava noi) è un coleottero. E' infatti uno scarabeo, grande più o meno quanto la prima falange di un dito, di un bellissimo color verde "metallizzato" con riflessi color rame; a volte, a inizio Primavera, qualcuno di questi animaletti si poteva trovare nelle strade di Fontebranda. Ora non venite a chiedermi come faceva un insetto di tal fatta ad arrivare in Via della Galluzza piuttosto che in Via Santa Caterina o nel Vicolo del Tiratoio perché non saprei che dirvi; fatto è che c'era.

I ragazzi più piccini (ma mica tanto) se ne servivano per un passatempo leggermente perverso. Si legavano una estremità di un lungo filo ad un dito della mano, annodavano l'altra estremità ad una delle gambe posteriori del povero animaletto e poi lo gettavano in aria: il gazzillòro apriva le ali per volarsene via ma, essendo attaccato al filo era costretto a girare in cerchio intorno alla testa del suo carceriere, con il caratteristico ronzìo dei coleotteri incavolati. Da qui il divertimento del suo proprietario e degli altri ragazzi che assistevano alle evoluzioni obbligate dell'insetto. Ci si divertiva con poco, a quei tempi.
Per ora lasciamola qui; riprenderemo l'argomento fra un pò. Ora, dovete sapere che a Siena, oltre ai senesi, c'era un'altra categoria di persone. Erano persone come noi all'apparenza ma diverse per alcuni particolari. Erano i: "contadini".
Per essere definito "contadino" ci voleva poco; bastava esser nato fuori dalle mura. Attenzione: contadino non era il mezzadro, né il coltivatore (diretto o meno), né colui che viveva del lavoro nei campi; contadino era quello che, non essendo nato "nelle lastre", "aveva pagato il Dazio" per venire in città.
L'appellativo derivava dai tempi  in cui le porte della città di Siena, chiuse alla sera, venivano  riaperte alla mattina, e una piccola folla di contadini (questi veri), ortolani e piccoli allevatori provenienti dalle campagne circostanti, faceva la fila davanti allo sportello del Dazio per pagare la tassa richiesta per poter entrare in città e vendere i loro prodotti.
Ora, nel dopoguerra, le porte della città restavano sempre aperte e il Dazio non c'era più, ma "i contadini" (almeno quello che la tradizione popolare considerava gli attributi di tale gente) restavano.
E poiché i contadini erano facilmente riconoscibili sopratutto per il grande, tozzo ombrello di ruvida tela verde che portavano immancabilmente con sé, il popolo di Siena rapportando il verde di tale ombrello con il colore del ronzante coleottero, fatta una facile traslitterazione logica, chiamò i contadini, semplicemente, facilmente, irrimediabilmente: gazzillòri.

"Gazzillòri" furono quindi chiamati (per estensione) tutti coloro che risiedendo, non nella città vera e propria, nell'unica e originale "Sena Vetus", bensì "fuori dalle mura", non avevano il diritto (e non lo avrebbero mai avuto fossero campati cent'anni) di venir considerati senesi genuini, senesi veri, senesi doc.

Questi disgraziati si sentivano dar del "gazzillòro" non appena si azzardavano incautamente a metter bocca su argomenti riservati solamente a noi, gli eletti; noi che avevamo avuto la fortuna di esser nati "nelle lastre" e potevamo a buon diritto parlare di tutto quello che riguardava Siena e le sue tradizioni; a loro era vietato occuparsene e non gli era permesso metter bocca su questioni di Palio, di Contrada, di famiglie senesi, di ricette tradizionali, di storia, di usanze nostrane e comunque di argomenti risalenti alle tradizioni contradaiole e senesi in generale. Se uno di costoro si provava ad obiettare, che sò? su come si gira la bandiera, o dove corrono i confini di una certa contrada, o su chi era nipote di chi, o su quanti Pali avesse vinto il tal fantino, o se nei carciofi lessi ci va il dragoncello, c'era subito uno che, con la solidarietà di tutti i presenti, lo redarguiva con l'epiteto infamante: "Ma ti zitti te, gazzillòro!".
A poco a poco il termine divenne un attributo comune, usato per indicare qualche comportamento desueto, o qualunque atteggiamento cafonesco o eccessivamente naif..
Bisognava stare anche bene attenti a come ci si vestiva (anche se la varietà che ci era permessa era pochina...). Se i pantaloni erano lunghi o avevano la rovescia (al tempo dei primi jeans); se i capelli erano troppo corti o con la scrinatura nel mezzo; se la giacchetta era troppo stretta; se la camicia era troppo fuori misura... occhio!
Poteva scattare (e stavolta a prescindere se si era nati dentro o fuori le mura) il temutissimo commento (fatto a voce altissima, meglio se in presenza del maggior numero di persone presenti, con la mano tesa a indicare senza possibilità di scampo il disgraziato oggetto del pubblico ludibrio): "Ma te lo badi te, che popò di gazzillòro!!".

 
Quelli dell'Incrociata © 2008